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AVVOCATO 

 

 

Infezione alla protesi: quando è possibile chiedere il risarcimento

2026-08-17 11:39

Mattia Lippolis

Infezione alla protesi: quando è possibile chiedere il risarcimento

Infezione dopo l'impianto di una protesi: quando può dipendere da un errore medico e come valutare il risarcimento del danno subito

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Sottoporsi all'impianto di una protesi, sia essa d'anca, di ginocchio o di altro tipo, comporta sempre un margine di rischio che nessun chirurgo, per quanto esperto, può azzerare del tutto. Tra le complicanze più temute c'è senza dubbio l'infezione periprotesica: un'evenienza che può trasformare un intervento risolutivo in un lungo calvario fatto di nuovi ricoveri, terapie antibiotiche prolungate e, nei casi più gravi, la rimozione e sostituzione dell'impianto stesso.

Non tutte le infezioni da protesi, però, sono sinonimo di errore medico. Capire quando si tratta di una complicanza inevitabile e quando invece emerge una responsabilità della struttura sanitaria è il primo passo per orientarsi correttamente in questa materia, che rientra a pieno titolo nell'ambito della responsabilità medica e malasanità.

 

Perché si può infettare una protesi

Una protesi articolare è un corpo estraneo che l'organismo tollera, ma che rappresenta anche una superficie particolarmente favorevole all'adesione di batteri. Nella maggior parte dei casi i germi responsabili entrano in contatto con l'impianto durante l'intervento stesso, anche quando le procedure di sterilizzazione sono state rispettate scrupolosamente: basta una quantità minima di microrganismi per innescare, nelle settimane o nei mesi successivi, un processo infettivo attorno alla protesi.

In altri casi l'infezione compare più tardivamente, per via ematogena, quando batteri provenienti da un altro distretto dell'organismo (un'infezione dentaria, urinaria o cutanea, ad esempio) raggiungono l'impianto attraverso il flusso sanguigno. Questa distinzione non è solo clinica: incide anche sulla valutazione delle responsabilità, perché un'infezione insorta a distanza di anni dall'intervento, per cause estranee alla sala operatoria, è cosa ben diversa da un'infezione manifestatasi nelle prime settimane dopo un'operazione svolta in condizioni di scarsa asepsi. Il tema si inserisce nel più ampio ambito delle infezioni ospedaliere, di cui l'infezione periprotesica rappresenta una delle manifestazioni più delicate da inquadrare.

 

Quando l'infezione può dipendere da un errore

Il punto di partenza, anche in questo ambito, resta lo stesso che vale per ogni caso di malasanità: non è sufficiente che il danno si sia verificato per affermare una responsabilità. Occorre verificare se la struttura sanitaria abbia fatto tutto quanto era nelle sue possibilità per prevenire il rischio infettivo.

Su questo punto la giurisprudenza è ormai chiara e consolidata. Con la sentenza n. 6386 del 3 marzo 2023, la Corte di Cassazione, Sezione III civile, ha ribadito che non è il paziente a dover dimostrare quale specifica violazione abbia causato l'infezione, ma è la struttura ospedaliera a dover provare di aver adottato tutte le cautele necessarie: protocolli di prevenzione rispettati, sale operatorie e strumentazione adeguatamente sterilizzate, sorveglianza post-operatoria conforme agli standard clinici. Se questa prova non viene fornita, il rischio dell'evento infettivo ricade sulla struttura, non sul paziente.

Questo meccanismo cambia molto le cose per chi si trova ad affrontare le conseguenze di un'infezione da protesi. Non è necessario ricostruire nel dettaglio quale errore specifico sia stato commesso in sala operatoria: è sufficiente dimostrare di essersi sottoposti all'intervento presso quella struttura, di aver sviluppato l'infezione in un arco di tempo compatibile con l'ospedalizzazione e di aver subito un peggioramento delle proprie condizioni di salute a causa di essa. A quel punto, l'onere di dimostrare di aver agito correttamente passa in capo all'ospedale.

 

I segnali a cui prestare attenzione dopo l'intervento

Dopo l'impianto di una protesi, un certo grado di dolore e gonfiore nelle prime settimane rientra nella normale evoluzione post-operatoria. Diverso è il discorso quando compaiono febbre persistente, arrossamento marcato e crescente della cute attorno alla ferita, secrezione di liquido purulento, dolore che invece di attenuarsi peggiora nel tempo, oppure una difficoltà di guarigione della ferita chirurgica che si protrae oltre i tempi attesi.

Anche la comparsa di questi sintomi a distanza di mesi o anni dall'intervento, in assenza di altre cause apparenti, può giustificare un approfondimento diagnostico mirato a escludere un'infezione periprotesica a insorgenza tardiva. In questi casi il fattore tempo è spesso decisivo: un'infezione riconosciuta e trattata precocemente ha prognosi molto diverse rispetto a un'infezione diagnosticata con ritardo, quando i batteri hanno già formato quel biofilm che rende il trattamento antibiotico da solo insufficiente e impone, quasi sempre, la rimozione chirurgica dell'impianto.

 

Quali danni possono derivare da un'infezione da protesi

Le conseguenze di un'infezione periprotesica non trattata correttamente possono essere molto pesanti sulla vita di chi la subisce. Si può rendere necessaria la rimozione della protesi e il successivo reimpianto, con un secondo intervento chirurgico che comporta rischi propri e un ulteriore periodo di immobilità e riabilitazione. In molti casi il paziente deve affrontare cicli prolungati di terapia antibiotica, talvolta per via endovenosa, con ricoveri ripetuti. Non è raro che residuino limitazioni funzionali permanenti dell'arto interessato, con una capacità di movimento inferiore rispetto a quella che ci si sarebbe potuti attendere da un intervento andato a buon fine.

A questo si aggiunge una componente che nella pratica medico-legale ha un peso rilevante: la sofferenza fisica e psicologica di dover rivivere un percorso chirurgico e riabilitativo che si riteneva concluso, la perdita di autonomia nei mesi di trattamento e, in alcuni casi, ripercussioni sulla capacità lavorativa. Nei casi più gravi, quando l'infezione degenera in sepsi, le conseguenze possono coinvolgere la sopravvivenza stessa del paziente.

 

Come si valuta un possibile caso di responsabilità

Di fronte a un'infezione da protesi, la valutazione della fondatezza di una richiesta risarcitoria richiede sempre l'esame della documentazione sanitaria completa: la cartella clinica dell'intervento, il verbale operatorio, la scheda anestesiologica, gli esami colturali che hanno identificato il germe responsabile, la documentazione relativa agli eventuali interventi di revisione e i referti degli accertamenti diagnostici successivi.

Solo attraverso l'analisi congiunta di questi elementi, condotta con il supporto di un consulente medico-legale, è possibile stabilire se l'infezione rientri tra le complicanze statisticamente inevitabili di questo tipo di chirurgia oppure se emergano elementi che facciano propendere per una responsabilità della struttura, ad esempio un ritardo nel riconoscimento dei primi segnali clinici o una carenza nei protocolli di prevenzione adottati.

Un aspetto che spesso i pazienti sottovalutano riguarda i tempi entro cui è possibile agire. Il termine di prescrizione, infatti, non decorre necessariamente dal giorno dell'intervento, ma può essere collegato al momento in cui si acquisisce consapevolezza del legame tra l'infezione e la condotta sanitaria. Se vuoi approfondire questo aspetto, ne ho parlato in modo più specifico nell'articolo dedicato alla prescrizione nei casi di responsabilità medica.

 

Quanto può valere il risarcimento

Non esiste una cifra standard applicabile a tutti i casi di infezione da protesi: la quantificazione dipende dalla gravità delle conseguenze permanenti, dal numero di interventi resisi necessari, dalla durata dei ricoveri e delle terapie, dall'età del paziente e dall'incidenza sulla vita quotidiana e lavorativa. Ho trattato più diffusamente i criteri utilizzati per arrivare a una stima corretta nell'articolo su quanto vale il risarcimento per malasanità, che può essere un utile punto di partenza per farsi un'idea più precisa.

 

Cosa fare se sospetti un'infezione dopo un intervento protesico

Se dopo l'impianto di una protesi hai sviluppato un'infezione e ritieni che i tempi di riconoscimento o le modalità con cui è stata gestita non siano stati adeguati, il passo più utile è procurarsi la documentazione sanitaria completa e sottoporla a una valutazione medico-legale preliminare, prima ancora di valutare se e come procedere con una richiesta di risarcimento.

Nei casi che presentano concreti presupposti di fondatezza è possibile valutare anche la formula del finanziamento del contenzioso, che consente di affrontare il percorso senza anticipare i costi della consulenza medico-legale e del contenzioso: si paga solo in caso di risarcimento ottenuto.

Se vuoi una prima verifica della tua situazione, puoi compilare il test di valutazione del caso: richiede pochi minuti e permette di capire se ci sono elementi concreti per approfondire la vicenda.